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IL BUCO DELL'OZONO
Con il termine “buco dell’ozono” s’intende la progressiva diminuzione dello spessore dello strato d’ozono presente nella parte più esterna dell’atmosfera (stratosfera).
La presenza dello stato d’ozono è molto importante perché impedisce alle radiazioni ultraviolette di arrivare sulla superficie della terra. I raggi ultravioletti, le cui bande più studiate sono la A e B, interferiscono con il processo di fotosintesi e possono provocare effetti dannosi sulle forme biologiche quali: aumento di tumori della pelle, gravi malattie agli occhi, riduzione del plancton marino, riduzione delle rese agricole.
Il problema dell’impoverimento dello stato d’ozono si manifesta in corrispondenza delle regioni polari (soprattutto quella Antartica), anche in relazione alle particolari condizioni meteorologiche che si verificano in tali zone.
L’ozonosfera viene intaccata da vari prodotti chimici, tra cui i composto del boro e gli ossidi di azoto contenuti nei fertilizzanti, che provocano, oltre ad un aumento dell’ozono anche lo smog fotochimico, detto così perché favorito dalla luce solare responsabile dell’inversione termica dell’atmosfera. A causa di questo fenomeno l’aria calda staziona nella parti alte, impedendo all’aria sottostante di risalire. Il risultato di ciò è la formazione di aria più fredda, più inquinata e più pesante, caratteristica della città ad alta densità di traffico e in particolari situazioni climatiche.
Alla fine degli anni Settanta si scoprì che determinate sostanze chimiche, i clorofluorocarburi (CFC) (commercialmente noti come “Freons”, composti del cloro e del fluoro utilizzati come propellenti nelle bombolette spray, come fluidi refrigeranti nei frigoriferi, e come agenti schiumogeni), sono in grado di raggiungere intatte l’ozonosfera e di decomporre le molecole d’ozono. Sotto l’azione dei raggi ultravioletti, infatti, le molecole dei CFC si decompongono in atomi di cloro e altri derivati clorurati, che a loro volta reagiscono con l’ozono e lo convertono in ossigeno diatomico, liberando monossidi di cloro. Questa scoperta provocò una decisa reazione da parte della comunità scientifica internazionale, che incoraggiò una drastica riduzione dell’impiego industriale dei CFC in molti paesi.
Nel 1987 è stato raggiunto un accordo a livello governativo sulle sostanze che distruggono l’ozono, accordo definito dal Protocollo di Montreal. Tale protocollo ha come fine la riduzione, ed infine l’eliminazione, di sostanze antropogeniche che distruggano l’ozono. Per porre rimedio a questo problema si è progressivamente vietato l’uso dei CFC in modo da eliminare l’ulteriore loro immissione in atmosfera. Ciò non è comunque risolutivo considerando che tali gas persistono nell’atmosfera per decenni (essi hanno un tempo di permanenza che varia, a seconda dell’altezza, da 1 a 300 anni). In Italia una legge del 1993 stabilisce le norme riguardanti l’uso delle sostanze nocive per lo stato d’ozono e, in accordo con le normative dell’Unione Europea, ha fissato per il 1999 la cassazione dell’utilizzo dei clorofluorocarburi nei prodotti industriali.
Dopo una riduzione di concentrazione di CFC nella troposfera, si può oggi osservare un lento declino della concentrazione di CFC, con conseguante progressivo recupero dell’ozono stratosferico.
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| L’attività dell’uomo e le alterazioni dei cicli bio-geochimici. Sono queste le cause delle emergenze ambientali che affliggono il pianeta Terra. In questa sezione tutte le informazioni sulla desertificazione, effetto serra, buco dell’ozono, piogge acide e eutrofizzazione. |
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